“I VENICA WINES” – Un emozionante racconto di Daniele Cernilli [DoctorWine] che parte dal lontano 1989

Un emozionante racconto di Daniele Cernilli[DoctorWine] che parte dal lontano 1989 … ricordando tra l’altro il percorso del nostro Ronco delle Mele fino ad oggi:

“Chi scrive di vino ha sempre in mente di poter lanciare nuovi produttori, di proporre nuove etichette, magari sconosciute ai più, facendo, nel suo piccolo, dei minuscoli “scoop” enologici, che fanno tanto piacere ai lettori appassionati. Fare un’affermazione del genere per poi legarla alla storia di Gianni e Giorgio Venica​, e anche di Ornella​, moglie di Gianni, oggi potrebbe sembrare paradossale, vista la fama che si sono conquistati in tanti anni di attività.
Ma nella primavera del 1989 le cose no stavano proprio così, e quando Giulio Colomba, che allora collaborava con Slow Food, mi propose di andare a visitare una “nuova” cantina di Mernicco, a nord di Dolegna, nella parte più settentrionale e meno conosciuta del Collio, accettai con entusiasmo. «Hanno anche un ristorantino niente male, possiamo fermarci a pranzo. Poi Ornella è bellissima…». Davanti ad argomenti del genere le eventuali resistenza non potevano che crollare miseramente.

Ed eccoci perciò in viaggio verso quella “selvaggia” parte del Collio goriziano. Cormons, poi Brazzano, Ruttars, e lentamente vedevo la campagna cambiare, la vegetazione farsi più nordica, qualche betulla, le prime conifere, tutto molto più verde. Scesi dall’auto, in una splendida giornata di sole, un insistente venticello fresco si faceva sentire e si capiva benissimo che l’aria era diversa da quella di Mossa e di Capriva, decisamente più “mediterranea”.
Giorgio, come sempre, era in cantina, Gianni venne ad accoglierci con Ornella. Entrambi giovanissimi, lui con un sorriso contagioso, lei bionda, occhi celesti, un po’ intimidita da quei signori che venivano per giudicare i loro vini. «Noi qui facciamo soprattutto Ribolla, Pinot bianco, poi abbiamo un Sauvignon un po’ particolare che proviene da un vigneto a Cerò e che è piantato con il clone R3 di Rauscedo. È un po’ “estremo” ma spero che vi piaccia», esordì Gianni, e ci portò in cantina.
A quell’epoca vasche d’acciaio con il controllo della temperatura, presse moderne, termo condizionamento degli ambienti, non erano così comuni. Entrare nella cantina dei Venica, piccola ma all’avanguardia, era davvero impressionante. A terra ci si poteva mangiare, tanto era tutto lindo e pulito, c’erano persino le canaline di scolo, se mai un po’ di vino fosse caduto a terra, e per raccogliere l’acqua con la quale pulivano tutto in continuazione. E cominciamo ad assaggiare dalle vasche i vini dell’annata 1988, che ancora non erano stati imbottigliati. Piacevole e fresca la Ribolla, ottimo il Pinot bianco, che ancora oggi è uno dei cavalli di battaglia aziendali.

Arrivati al Sauvignon ci troviamo davanti a un vino stratosferico. Da poco avevo assaggiato dei Pouilly Fumé di Pascal Gitton, a una manifestazione organizzata da Mario Pojer, in Trentino. Quel Sauvignon me lo ricordava in modo impressionante. Mai sentita una cosa del genere. Profumi di bosso, di foglia di pomodoro, poi frutta della passione, pesca bianca, una meraviglia. In bocca era freschissimo ma duettava con un corpo non proprio esile. Eravamo in Collio, in fin dei conti, anche se un po’ più a nord, e da queste parti di bianchi leggerini proprio non se ne parla. Ecco, rispetto a quel vino della Loira la differenza era proprio quella, un “peso” gustativo più evidente, ma sull’aspetto enologico in senso stretto forse era proprio il nostro ad essere più preciso e nitido.

Era decisamente uno “scoop”, una piccola scoperta, ma non avevamo idea, né io né Giulio Colomba, che da lì sarebbe accaduto l’impensabile. E cioè che i Venica sarebbero divenuti in pochi anni una vera icona del Sauvignon in Friuli e poi nel mondo, tanto che se oggi si deve pensare a un Sauvignon di riferimento per l’Italia il loro è uno dei primi a venire in mente. Da oltre un decennio accanto al primo Sauvignon, che si chiama ormai Ronco del Cerò, c’è il Ronco delle Mele, il fuoriclasse assoluto, quello che mette d’accordo i critici, le guide, e poi ristoratori, enotecari e clienti finali, soprattutto.
Un vino dalla classe immensa, il risultato finale di un percorso che è partito tanti anni fa e chissà fin dove arriverà.”

Pubblicato in >> MANGIAVINO N°17 <<
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Photo by Umberto Pellizon